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Mi piace capire come funzionano le cose.

Mi piace osservare come lavorano le persone e gli strumenti che utilizzano ogni giorno.

Ogni organizzazione costruisce, nel tempo, un proprio equilibrio fatto di software, fogli di calcolo, documenti, procedure e abitudini.

Molto spesso tutto funziona.

Ma non sempre le diverse parti riescono a collaborare.

È proprio lì che nasce la mia curiosità.

Mi piace capire perché un processo richieda dieci passaggi quando potrebbero bastarne due, perché la stessa informazione venga inserita più volte o perché strumenti eccellenti non riescano a comunicare tra loro.


Mi piace togliere, non aggiungere.

La mia prima idea raramente è costruire qualcosa di nuovo.

Preferisco osservare ciò che esiste già.

Capire cosa funziona.

Riutilizzarlo.

Collegarlo.

Mi affascina l’idea che una buona soluzione sia spesso quella che introduce meno elementi possibili.

Forse è un modo di pensare che deriva dai miei studi ambientali.

Anche nei sistemi digitali, il riuso è quasi sempre più interessante della sostituzione.


Mi piacciono le orchestre.

Perché amo la musica.

E perché un’orchestra assomiglia molto a come immagino un buon sistema.

Ogni strumento ha caratteristiche, limiti e un ruolo diverso.

Preso da solo può essere straordinario.

Ma è quando inizia ad ascoltare gli altri che nasce qualcosa di più.

È così che mi piace far collaborare le cose.

Google Sheets.

CSV.

Python.

WordPress.

Mapbox.

Gravity Forms.

API.

QR code.

Non mi interessa quale sia lo strumento migliore.

Mi interessa capire come possano collaborare.

A volte basta un piccolo collegamento perché strumenti indipendenti inizino a comportarsi come un unico sistema.


Credo che l’efficienza sia una forma di rispetto.

Rispetto per il tempo.

Per l’attenzione.

Per il lavoro delle persone.

Non mi interessa automatizzare per il gusto di automatizzare.

Mi interessa eliminare il lavoro inutile.

Se una persona può dedicare più tempo a decidere e meno tempo a copiare dati, credo di aver migliorato qualcosa.


Mi piace capire.

Molti dei progetti a cui tengo di più non sono nati da una richiesta.

Sono nati da una domanda.

Possibile che non esista un modo migliore?

È una domanda che continua a tornarmi in mente.

Succede mentre lavoro.

Mentre cammino.

Mentre nuoto.

A volte torno a casa con un’idea che non riesco ad abbandonare finché non provo a realizzarla.

Per me è un gioco.

Lo è sempre stato.

Se poi quel gioco diventa utile anche per qualcun altro, tanto meglio.


Mi piace lasciare le cose migliori di come le ho trovate.

Un processo.

Un sito.

Un documento.

Un flusso di lavoro.

Non cerco la soluzione perfetta.

Cerco quella più semplice che continui a funzionare anche domani.

Quando chi utilizza un sistema smette di accorgersi della sua complessità, significa che il lavoro è stato fatto bene.