Relazioni
Per molto tempo ho pensato che organizzare informazioni significasse semplicemente raccoglierle.
Poi ho scoperto che non era così.
Si possono avere migliaia di dati perfettamente corretti e continuare a non trovare ciò che serve.
Allo stesso modo, un sistema ricco di informazioni non è necessariamente un sistema utile.
Questa è stata probabilmente la prima idea che ha cambiato il mio modo di progettare.
L’ho scoperta durante il Master di II livello in Sistemi Informativi Geografici (GIS), lavorando presso ENEA a un progetto dedicato all’organizzazione dell’informazione turistica nell’area romana.
L’obiettivo sembrava semplice: aiutare le persone a scoprire luoghi di interesse.
In realtà la sfida era un’altra.
Come trasformare una grande quantità di dati in uno strumento capace di accompagnare una decisione.
Non bastava sapere dove si trovasse un luogo.
Occorreva capire se valesse la pena raggiungerlo, quanto fosse coerente con gli interessi della persona, quanto si discostasse dal percorso che stava già seguendo e quali alternative potessero offrire un’esperienza migliore.
Fu allora che mi resi conto che il vero valore non stava nelle informazioni, ma nelle relazioni tra di esse.
Le coordinate geografiche erano soltanto uno dei collegamenti possibili.
Le preferenze dell’utente, il contesto, le distanze, le deviazioni accettabili e le caratteristiche dei luoghi erano altrettanto importanti.
Per la prima volta smisi di vedere un sistema informativo come un archivio.
Iniziai a considerarlo una rete di relazioni.
Quell’esperienza continua ancora oggi a influenzare il mio modo di progettare.
Quando lavoro a un catalogo, un sito, un workflow o un sistema di automazione, non penso prima ai dati.
Penso a come le informazioni si collegano, a come verranno cercate, a chi dovrà aggiornarle e a come evitare che rimangano isolate.
Gli strumenti sono cambiati.
Quel modo di osservare i sistemi è rimasto.
Le informazioni acquistano valore quando iniziano a dialogare.